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Dipinti murali e affreschi devozionali a Pozzuolo e dintorni

 

Le finestre del Paradiso

di
MONICA DE RE

 

 

 

 

"Lis anconis, lis mains", i crocifissi e le edicole, santi e madonnine dipinte direttamente sul muro di casa in cortile o lungo la via, non ci sono quasi più. Ciò che resta va lentamente scomparendo a causa dell'incuria delle persone o dell'azione violenta di degrado causata da smog e fumi. Compaiono ancora, rari episodi comunque, fino a dove si estendevano gli antichi borghi e si ergevano le vecchie case. Nella zona montana o pedemontana restano, puntuali, trama di un tessuto urbano ancora non completamente liso. Ma in pianura dove è più evidente la disgregazione degli antichi abitati, l'edilizia pubblica e privata, spesso irrispettose dei piccoli segni, hanno avuto strada facile nell'abbattimento di capitelli, cappelle, cippi, vecchi muri. I segni religiosi" "santi alle finestre", "preghiere dipinte": molte sono state le definizioni usate, tutte intensamente poetiche, per intitolare questi brandelli di muro che, immagini vaghe di un passato non troppo lontano, si mostrano ancora ai nostri occhi, occhi Il moderni e frettolosi, ormai disabituati a scorgere tanta semplicità di messaggio, tanta profonda devozione.

 

 

Pietà
Pozzuolo
Via Lestizza n. 33
Autore: Rocco Pitacco ?
sec. XIX
cm. 180x150 circa
Discretamente conservato


Catalogati tra gli episodi d'arte minore e popolare, dal punto di vista dello storico dell'arte emanano comunque un intenso spirito espressionista, nel senso di semplificazione di immagini e di uso del colore in maniera strutturante, qualità che, unitamente alla diretta comunicativa che esprimono ed ad un'essenzialità di linguaggio, li rendono veri e propri capolavori di ingenuità pittorica, per nulla distanti dai più conosciuti "naives". Elaborati e filtrati dalla visione "casalinga" e popolare dell'arte di coloro che li eseguivano, emergono spesso in questi dipinti motivi desunti dalle arti maggiori, dai dipinti e dagli affreschi di colleghi più famosi: è questo il caso, tra i molti altri, della bella Madonna del Pannolino di Pozzuolo (proprietà Nazzi) attribuita a Tranquillo Marangoni che avrebbe ripreso un soggetto identico di Bernardino Luini. Sono dunque affreschi, forse più spesso tempere su muro, laddove certamente non abbondavano i denari destinati all'acquisto dei materiali; venivano realizzati in breve, talvolta nello spazio di tempo compreso tra un pasto caldo ed un attimo di riposo offerti ad un pittore viandante: ingenuo ed ispirato compenso. Affreschi quindi propriamente non tali, perché appunto d'affreschi mantengono solo la tecnica di pittura immediata. Spesso non esiste nemmeno il supporto canonico composto di malta, malta fine ed arriccio. Il soggetto è reso con tempere su un sottile strato di malta, talvolta direttamente sul sasso o su ciò che la parete dell'edificio presentava già come finitura. L'esecutore utilizza quasi sempre materiali poveri, pochi colori, spesso quelli reperiti sul posto, comunque non costosi e quindi ora, anche solo dopo alcuni decenni, questi dipinti così esposti agli agenti atmosferici, dilavano al contatto con le frequenti piogge, acide a causa degli smog.

 

 

Madonna col Bambino
Pozzuolo
Via Lestizza n. 33
(Interno della corte)
sec. XIX
cm. 140x120 circa

Piuttosto deperito
Scritta: Salve Regina


Realizzati non solo per usanza e tradizione, ma per effettiva necessità di rendere più vicini e visibili al mondo degli uomini i punti di riferimento celeste, divenivano oltreché luogo di preghiera, anche pausa e momento di sosta nella fatica quotidiana, luogo di incontro, non solo col divino, quando ormai il lavoro è concluso e la sera lascia spazio allo scambio di qualche chiacchiera con gli altri compaesani, lungo la via di casa o all'interno della propria corte. "Nelle "anconis" si trova il senso di profonda dipendenza dalle forze che condizionavano la vita, misteriose ma vicine, invisibili ma certe; costituiscono la dedicazione, che è propria della fede senza riserve, la contropartita di un bene ricevuto per un impegno preso solennemente, la propiziazione per benefici materiali che si vogliono ottenere". Non c'era più così, per i nostri nonni, distanza e netta separazione tra umano e divino e tanta intensità, tanta autenticità, segnano oggi un tempo ormai concluso, di ritmi lenti e dilatati, di valori più semplici e più saldi. I nostri vecchi erano più sottomessi agli eventi, comunque vissuti come provvidenziali Senza complicati ragionamenti, intuivano che il loro piccolo, breve essere partecipava del grande, eterno Essere.

 

 

Madonna con Bambino e angeli

Zugliano
Via Basaldella n. 16
(Interno della corte)
sec. XIX
cm. 120x80 circa
Ben conservato

Scritta: Regina Pacis ora pro Nobis


In armonia dunque. E le semplici, talvolta rudimentali "anconis" erano e sono metafore di spiritualità singolare e comunitaria; semplice e rudimentale anch'essa, ma di convinzione profonda. Esse divengono perciò piccoli brani di storia popolare, di storia di gente povera, di gente friulana, legata al segni del sacro tanto quanto alle necessità quotidiane come il cibo, il lavoro, il riposo anch'essi scanditi ed accompagnati da gesti intensi, rituali come il segno di croce ripetuto sul pane lievitato prima che sia infornato, inciso sui collari degli armenti, traforato sulle assi di legno dei vecchi fienili, dipinto sotto i coppi del tetto, accennato sulla fronte e sul petto prima del pasto o del sonno, al risveglio o come difesa in un attimo di sgomento. E la croce è soggetto frequente in queste "preghiere dipinte", come avviene nel Quo Vadis? di Pozzuolo, uno dei segni devozionali recenti tra i più noti della zona, eseguito e firmato dall'artista Rocco Pitacco nel 1861, divenuto ora, in seguito alle vicende che l'hanno coinvolto, monumento ai caduti. La sua storia è storia semplice, storia di croce: i colpi d'arma da fuoco che la retroguardia italiana e i soldati austriaci si scambiarono durante la battaglia di Pozzuolo del 30 ottobre 1917, l'hanno raggiunto. I buchi delle pallottole che hanno rovinato le immagini di Gesù con la croce e di S. Pietro, non sono stati mai più richiusi. Le "ferite" resteranno a memoria per i posteri, dei trecento morti sul campo ed il dipinto "colpito" è stato elevato a monumento. Per intervento di due privati cittadini che hanno sponsorizzato il recente restauro, eseguito da Alessandra Bressan, presentato per la ricorrenza del 30 ottobre 1994, Il Quo Vadis? è stato sottoposto ad un puntuale intervento conservativo che ha voluto mantenere evidenti le lacune provocate dalle pallottole, optando per una loro reintegrazione in malta fine, senza ritocco, né abbassamento di tono del colore. Colpisce, nell'insieme dell'esecuzione pittorica buona, l'uso appropriato, dalla resa delicata, di un monocromo ambrato sottolineato dal bianco, che definisce e completa la decorazione a secco, con putti che reggono i simboli della passione nel sottarco e con l'occhio di Dio nel timpano. Ancora una croce, nuovissima, è al centro di una situazione pittorica strana complessa e stravagante.

 

 

Madonna col Bambino

Carpeneto
Via Campoformido n. 7
Autore: Claudio Tognon
anno 1988
cm. 120x110

Buono stato di conservazione
Scritta: Ave Maria


Una piccola costruzione, un tempo utilizzata come riparo dalle intemperie per coloro che lavoravano i campi e come ricovero per attrezzi e bestiame, che si trova sulla strada bianca che va da Zugliano a Carpeneto, è stata recentemente trasformata dal suo proprietario, il signor Duccio Balbusso, in cappella votiva. Costruita dal bisnonno di Duccio fu da lui ereditata, insieme alle terre, dal nonno Bastiano che aveva fatto dipingere all'interno la figura di San Sebastiano per potergli rivolgere, come suo protettore, durante il maltempo, qualche preghiera per salvare il raccolto. Il signor Duccio ha pensato poi, in tempi recenti, di dare valore votivo alla maina, facendovi affrescare, all'interno dei soggetti sacri. In un primo momento, verso la metà degli anni settanta, Roberto Romanello, vi realizzò, in smalto sintetico, direttamente sull'intonaco, una suggestiva allegoria della vita contadina, del lavoro dell'uomo, della famiglia. Con gusto deciso ed immagini forti, simile ad un murales, la narrazione si estendeva da una parete all'altra senza soluzione di continuità, gravitando comunque attorno alle figure strettamente legate, tanto che i profili molto marcati si compenetravano, di una donna ed un uomo abbracciati al loro bambino. I capelli biondi della donna, lunghi e mossi divengono ad un tratto un campo di messi dove un uomo ed un bue, quasi fratelli, protagonisti di una faticosissima fatica del vivere, arano una dura terra sopportando sulle spalle un giogo pesante a forma di croce. Su di essi grava ulteriormente un'incombente e fantastica figura: l'aquila, simbolo del dominio austriaco. La parete di destra era occupata da alcuni versi di Enzo Driussi. Le pitture deperirono molto presto e le estese cadute di colore indussero Balbusso a farne realizzare un nuovo ciclo. L'intervento sulle pareti laterali è costituito da due immagini di gusto bizantino su fondo oro: sulla parete di sinistra entrando una dolcissima Madonna avvolta in un manto rosso tiene tra le braccia il Bambino che, particolare tenero, ha perso una delle due scarpine a punta; sopra di essi volano due angeli che recano i simboli della passione. Sulla parete di sinistra è raffigurato, come in origine, San Sebastiano alla colonna sullo sfondo di alcune aride rocce di gusto giottesco.

 

 

Via Crucis II stazione

Cargnacco
Via Buttrio n. 5
Autore: Azzano (.)austri
anno 1927 (16.05)
cm. 140x100

Buone condizioni
Scritta: Via Crucis II


Entrambi i dipinti, che parrebbero realizzati con colori acrilici, comunque su intonaco, sono firmati e datati in basso a sinistra, in caratteri cirillici dall'autore: Jura Piscun di Minsk 1993. Sono incorniciati da listelli di legno e paiono così dei quadri appesi alla parete. In stretto legame con il gusto bizantineggiante, o comunque antico e piuttosto rigido, delle due immagini russe, l'artista udinese Barbara Ius ha realizzato, per la parete di fondo, una grande Crocefissione a tecnica mista. Il Cristo è modellato in 8 pezzi di terracotta, assemblati sul posto. La croce antica è realizzata su moduli ricalcati da Cimabue o Giotto, in colori acrilici ad acqua su intonaco. Uno sfondo di nubi rosa ed azzurrine è in spatolato di stucco, poi dipinto. Con proprietà di linguaggio, riprendendo spunti romanici ed anche più antichi (occhi aperti, piedi paralleli piuttosto che sovrapposti), la lus ha saputo creare con il Cristo Crocefisso un'opera nuova dal gusto antico, con citazioni colte (come la sproporzione di mani e piedi rispetto al resto del corpo) che potrebbero parere anche ingenue e di gusto popolare, come del resto vorrebbe la tradizione delle opere votive. E sempre la croce, questa volta In legno, con una sovrapposizione di una crocetta metallica molto piccola, orna la Madonna col Bambino realizzata da Claudio Tognon, nel 1988 su un preesistente identico soggetto, molto rovinato, a Carpeneto in via Campoformido al n. 7. La croce ha almeno centocinquant'anni assicura la signora Pontoni, proprietaria dell'edificio che, insieme al figlio Roberto ha deciso di conservare la tradizione della dedicazione della casa a Maria facendo rifare, con gusto moderno e gradevole l'affresco. Il soggetto più frequentemente raffigurato nel panorama delle immagini votive del Friuli, confermato dalla situazione del comune di Pozzuolo, oltre alla croce, è appunto la Madonna, Madonna dolorosa, Madonna di Lourdes, Madonna del Rosario, del Sacro Cuore, ma soprattutto Madonna, tenera madre come tenere madri, silenziose e assorte sono le donne friulane. Tra le tante giova ricordare che quella che ora è di proprietà della signora Nazzi potrebbe non esistere più: sorte toccata a molti altri affreschi demoliti dalle ruspe che abbattono i muri antichi e che si portano via anche questi piccoli frammenti d'arte.

 

 

L'Arcangelo Michele

Sammardenchia
Via Lavariano 34
Autore: Rinaldo Gorii
anno 1980 circa
cm. 130x80
Buone condizioni


L'affresco che oggi orna il porticato della villa della signora, fu recuperato da suo marito in una discarica, asportato dal muro di cinta esterno di una corte di Via del Mercato, ridotto ovviamente male. Pietro Nazzi lo ha rimesso insieme, non snaturandone la fattura delicata e piacevole con restauri azzardati o ridipinture ma, non reintegrando le lacune originali, ha limitato l'intervento ad una situazione conservativa che consente oggi una chiara lettura dell'immagine, che è comunque un po' sbiadita. In basso a sinistra compare traccia di una scritta dedicatoria: [L]OMBARDINI / [ ... ]NE E RICORD[ ... ] che resta a memoria della famiglia Lombardini e di Enrico Lombardini in particolare, direttore della scuola dell'Opera Pia, che probabilmente commissionò il lavoro. L'affresco è attribuito, più per campanilismo che sulla base di dati certi, all'incisore nativo di Pozzuolo Tranquillo Marangoni che avrebbe riprodotto nel dipinto, su un sottostante preesistente simile soggetto, la più antica e famosa Madonna del pannolino di B. Luini che si trovava nella collezione privata della famiglia Sabbatini di Pozzuolo. Sullo sfondo della dolce Maria è raffigurato, in lontananza, il panorama di Pozzuolo. In basso a destra vi è traccia di una firma che è comunque illeggibile. I molti Santi cari alla devozione popolare che compaiono sovente negli affreschi, posti a difesa di case, di greggi, di messi, contro pestilenze, fame e disgrazie, sono protettori, ma sono anche "persone di casa" che di familiare hanno l'aspetto, i tratti del volto, i poveri abiti, lo sguardo limpido e le rudi mani di chi lavora la terra da mattina a sera. Anch'essi sono immagini e riflessi di una fede che era tutto, anche perché poco altro c'era in cui credere e sperare. Tra i molti "inquilini del Paradiso" presenti negli affreschi votivi, spicca un bel S. Michele Arcangelo mantenuto in buone condizioni per devozione dei proprietari dell'edificio al n. 34 di Via Lavariano a Sammardenchia, i signori Nazzi. Il legame degli abitanti dell'edificio con il Santo protettore è storia antica: l'originale dovrebbe essere del 1917. Lo fece dipingere Maria Pitasso di Orsaria, che lì viveva, incaricando, per un costoso contratto di L. 500, Vittorio Madrisotti di Lavariano, più precisamente il nonno di Attilio Madrisotti, artista e pittore, anche di alcuni affreschi devozionali presenti nel comune di Mortegliano. Vittorio Madrisotti e suo figlio Achille, decoratori molto conosciuti ed apprezzati, attivi soprattutto negli anni '10-'20, lasciano gonfaloni, stendardi e dorature in molte chiese del Friuli. L'affresco col San Michele Arcangelo, abbinato ad un secondo dove compare l'immagine del Sacro Cuore di Gesù a tutta figura, è stato fatto recentemente ridipingere, per aver perso colore, dal decoratore Rinaldo Gori di Mortegliano, che opera in molti luoghi della Bassa, ma anche in montagna, con ridipinture di segni votivi, spesso realizzate con colori acrilici. Il deperimento però delle tinte, nei due dipinti murali di Sammardenchia è già evidente anche se potrebbe essere scambiato con un utilizzo voluto di colori tenui, quasi pastellati. S. Michele, descritto con buona maniera, si erge, con la spada levata su un demonio dalla coda di drago, atterrato ed in catene. Il dipinto è copia precisa, di tono minore, del San Michele Arcangelo di Guido Reni. Preso a modello su tutto il territorio friulano, il Reni venne copiato su gonfaloni, mosaici, pale d'altare ed affreschi devozionali: ne troviamo versioni più o meno suggestive a S. Michele al Carso, a Tarvisio, Villa Vicentina, Pescincanna, Coltura, Campomolle, Ontagnano, Campeglio, Chiopris e Ceresetto. Il comune di Pozzuolo, con tutte le sue frazioni, conta così una quarantina circa di questi segni sacri dipinti. Non molti quindi, rispetto alla media.

 

 

L'Arcangelo Michele

Sammardenchia
Via Lavariano 34
Autore: Rinaldo Gorii
anno 1980 circa
cm. 130x80
Buone condizioni


Purtroppo la maggioranza di essi è anche molto deperita, ma le situazioni particolari descritte e la cura riservata dai devoti alle ancone superstiti, elevano comunque di tono la situazione d'insieme. Il grande valore che hanno rivestito in passato questi dipinti oggi non è sfuggito del tutto, è invece trasformato. L'attenzione dell'uomo moderno che vi appunta oggi curiosità, macchina fotografica, e poche note di schedatura, è attratta da queste sacre immagini perché sono espressione di una calma e di una serenità d'animo ormai sfuggite al frenetico abitante delle città. Questa "società d'immagine" ora tenta di salvarle e addirittura di "reinventarle", creando dal nulla una nicchia sulla facciata di una casa in ristrutturazione, per dare all'edificio rinnovato prestigio, titolo di nobiltà e di ricchezza. Ma vorrei sperare che non sia solo per questo che oggi si tenta il recupero, spesso ad ogni costo, dei dipinti votivi. O che solo per questo se ne ricerchino le tracce, per mera puntualità di documentatore storico o catalogatore d'arte. Vorrei sperare che il recupero, che non è quindi sempre filologico, sia dettato anche un desiderio di riacquisizione di una tradizione che non varrebbe solo ad essere intesa come testimonianza di radici lontane, perdute; dovrebbe trattarsi di recupero del senso più profondo di questa tradizione: la semplicità. Ed ecco che così i segni del sacro nel generale senso di confusione e di perdita dei valori ci appaiono "salvati" come simboli della fede più tenera, più intima, più dolce, più familiare, più semplice.